La Palazzina Reale, dove risiedevano il sovrano Vittorio Emanuele e sua moglie Elena, possedeva degli ambienti sotterranei: ampie cantine dove la Regina accumulava ogni sorta di vestiti, che poi distribuiva ai più bisognosi.

Nella seconda metà degli anni Trenta, la presenza di ambienti di cava sul lato nord-est dell'edifcio, portò alla decisione di creare una struttura unica, collegando le cantine alle gallerie della cava, che furono rinforzate  e allestite con semplici arredi, compreso un generoso servizio da tè. Vi si accedeva o “da un tombino all’interno della villa o da una botola ai piedi della grande palma di fronte alla facciata posteriore”, come raccontò molti anni dopo la camerista della Regina Elena, Rosa Perona Gallotti. Il tutto è stato confermato dal ritrovamento di planimetrie ed appunti scovati dall'Associazione Roma Sotterranea presso alcuni archivi.

Quando il timore di incursioni aeree sulla Capitale iniziò a farsi più concreto, Mussolini, preso atto del potenziale distruttivo dei nuovi bombardieri anglo-americani, pretese più sicurezza, per sé e per la famiglia reale; si costruirono così due nuovi bunker: uno a Villa Torlonia ed uno a Villa Savoia. Sebbene relativamente a quest'ultimo non sia stato trovato alcun documento attestante la data di realizzazione, questa viene realisticamente fissata intorno agli anni 1940-1941.°Bunker villa ada savoia porta metallo

Con una scelta quantomeno singolare, il luogo dove edificare il bunker fu individuato in direzione nord rispetto alla palazzina, ad una distanza in linea d'aria di circa 350 metri. I progettisti poterono sfruttare il cambio di quota dovuto alla presenza di una collinetta, il cosiddetto Colle delle Cavalle Madri per la presenza del casale omonimo, adibito a ricovero per le cavalle in procinto di partorire, provenienti dalle scuderie del Quirinale.

Il bunker fu dunque scavato all'interno del banco tufaceo della collina, forse sfruttando in parte degli ambienti di cava già esistenti. In questo modo l'accesso avveniva a livello, senza dover percorrere scale o rampe.

La principale particolarità del bunker, grazie a questa caratteristica, era quella di poter accogliere al suo interno delle autovetture. La distanza dalla residenza obbligava infatti a raggiungerlo non certamente a piedi, operazione assai rischiosa durante un allarme aereo. Un breve spostamento in auto, dirigendo prima  verso nord, lasciandosi alla destra le scuderie, e scendendo poi in direzione ovest  per una stradina a tornanti, permetteva di arrivarvi in non più di 2-3 minuti.

In passato si sono ipotizzati dei collegamenti sotterranei con la Palazzina Reale. Di questi non è stato trovato alcun indizio, nonostante si sia proceduto ad alcuni micro-saggi per verificare la presenza o meno di ambienti al di là di alcune murature.

bunker villa ada savoia  - Foto Marco GradozziLa struttura ha una forma a "ciambella". L’accesso al rifugio avveniva immettendosi in una corta galleria a doppia curva: ci si trovava quindi di fronte ad un massiccio portone a due battenti, l’ingresso carrabile al rifugio. Le due ante, ancora al loro posto, pesano circa 1.800 Kg l’una e furono realizzate colando del cemento all’interno della porta in ferro, spessa 20cm. Sulla sinistra una porta blindata dava accesso ad una prima stanza e poi, attraverso una porta antigas, ad una seconda stanza, il vero cuore del bunker: si tratta di una camera ad alta pressione (Gasschleuße) sul modello tedesco, dotata di un efficace sistema di filtri per la depurazione e il ricambio dell’aria e di un sistema autonomo che permetteva, anche in assenza di energia elettrica o di malfunzionamento dei motori, di poter garantire il funzionamento dell’ impianto di aerazione e filtraggio grazie ad un sistema azionato da propulsione umana, tramite energia cinetica creata pedalando su una sorta di “bicicletta”. Questi impianti venivano identificati come “elettroventilatori a pedaliere”

Pone molti quesiti l’ampio spazio dedicato al ricovero degli automezzi: di forma circolare, è dotato di un’area di manovra e poteva facilmente accogliere anche tre vetture.

Completano il rifugio 2 bagni, un’anticamera e 2 ambienti di servizio.

In tutti gli ambienti stupiscono la cura con cui fu realizzato e gli evidenti richiami, sia nell’uso dei materiali che in alcuni particolari, all'architettura razionalista tipica dell’epoca.

Torretta bunker villa ada savoiaIl bunker era dotato di una via di fuga secondaria: erano 40 i gradini della splendida scala a chiocciola in travertino che si dovevano salire per raggiungere un piccolo manufatto cilindrico in mattoni con copertura a forma di fungo, posizionato nella parte alta della collina. Al suo fianco si trova una struttura composta da lastroni in cemento

scudo bunker villa ada savoiaRelativamente alla protezione da bombardamenti, una prima barriera, costituita da due massicci lastroni in cemento armato, era stata posizionata sulla cima della collina, ed è ancora ben visibile, posta a pochi metri dall'uscita secondaria del bunker. I lastroni, un vero e proprio "scudo" erano perfettamente mimetizzati grazie alla folta vegetazione circostante composta da alti pini  marittimi che, con le loro ampie chiome (fu lasciata addirittura un‘apertura per il passaggio di uno di essi), contribuivano perfettamente allo scopo. Per un’ulteriore mimetizzazione, lo scudo era stato inoltre ricoperto con del pezzame di tufo, forse estratto proprio durante la realizzazione del rifugio. I lastroni erano sostenuti da esili muretti a mattoni, nei quali si aprono ampi archi; al momento dell’esplosione i muretti avrebbero ceduto ammortizzando l’impatto delle bombe e creando un effetto a cuscinetto. La struttura a sezione circolare della galleria garantiva una resistenza a compressione grazie al ben noto "effetto arco"; realizzata con uno spesso rivestimento in mattoni, avrebbe ulteriormente protetto gli occupanti; non è comunque dato sapere se oltre i mattoni si nasconda un’ulteriore protezione in cemento armato.

La protezione dai gas era garantita dalla presenza di guarnizioni in gomma di cui erano dotate tutte le porte, compreso il grande portone carrabile. Su alcune porte le guarnizioni sono ancora miracolosamente al loro posto.

Il bunker di Villa Savoia, da considerarsi rifugio personale della famiglia reale, si può definire un adattamento tutto italiano ai parametri dell’«armatura di Braunschweig» che, anche grazie all’originalità degli accorgimenti tecnici adottati per la sua fortificazione, va annoverato fra i sotterranei di questa tipologia più interessanti d’Italia.

Se dovessimo scegliere la  data che decretò le sorti del bunker, questa è  la sera dell'8 settembre del 1943. Non un giorno qualunque, ma quello dell'annuncio della firma dell'armistizio di Cassibile, avvenuto cinque giorni prima. E' questo il giorno nel quale, alle 19.30 circa, per l'ultima volta il settantaquattrenne Vittorio Emanuele III e sua moglie Elena lasciarono la Villa a bordo della loro Fiat Torpedo 2800; si dirigeranno prima al Quirinale, poi si sposteranno a Palazzo Baracchini, sede del Ministero della Guerra, ubicato sempre su Via XX settembre. Infine, alle 4.50 del 9 mattina, in una convulsa corsa notturna, percorrendo la Via Tiburtina, i Reali e il loro seguito giungeranno ad Ortona, per imbarcarsi alla volta di Brindisi. Il bunker, in un sol giorno, passò dall'essere, anche se poco realisticamente, il potenziale ultimo rifugio dei Reali, a luogo dimenticato in un angolo nascosto e poco frequentato dell'enorme parco.

 

Si ringrazia Andrea De Luca per la consulenza.