L’Italia e la Germania s’impegnarono già dalla metà degli anni trenta in corposi programmi di difesa antiaerea. Per quanto riguardava l’organizzazione della popolazione e la costruzione dei rifugi antiaerei, i due alleati si limitarono nei rispettivi paesi a trasferire dal piano teorico a quello pratico il lavoro già avviato dalle libere associazioni dalla fine della Grande Guerra.

Nel 1939 in Germania il decreto attuativo numero 9 della legge sulla difesa antiaerea obbligava tutti i proprietari di immobili a riconvertire gli scantinati in rifugi antiaerei. Si cominciò a riaprire tutto ciò che era stato dimenticato sottoterra obbligando la popolazione a compiere periodiche esercitazioni per farsi trovare preparata al suono della sirena antiaerea. Nella logica della guerra totale, famiglie intere dovevano prepararsi a qualsiasi evenienza imparando le procedure di emergenza.

In questi anni le relazioni fra Italia e Germania si rivelarono più che buone. Ancor prima della ratifica del Patto d’Acciaio del 22 maggio del 1939 e dell’invasione della Polonia nel settembre dello stesso anno, si delineava la volontà dei due paesi di perseguire una linea comune, almeno dal punto di vista metodologico, sul fronte della difesa antiaerea. Il documento più interessante che attesta tale convergenza è la “Relazione sulle visite ad alcuni impianti di protezione antiaerea in Germania” realizzata da due ingegneri esperti di edilizia antiaerea del Regio Politecnico di Milano, Cesare Chiodi e Francesco Mariani. La relazione è il fruttò di un’accurata indagine conoscitiva sugli aspetti legislativi, organizzativi e tecnici raggiunti dallo stato tedesco in fatto di difesa antiaerea. Il documento recepito dal governo fascista nel luglio 1938 evidenziava due realtà ben diverse.

Roma, infatti,  non era Berlino: a differenza della capitale del III Reich, dove la giovinezza della città e il terreno prevalentemente sabbioso facilitavano la costruzione d’imponenti rifugi antiaerei sotterranei, Roma si trovava a fare i conti con una situazione storica e morfologica ben diversa. La presenza di vaste aree archeologiche e di una estesa rete di cavità artificiali si presentarono al governo fascista come un ostacolo insormontabile per la realizzazione di impianti antiaerei sul modello tedesco. Così a Roma la creazione di ricoveri di fortuna - destinati alla quasi totalità della popolazione – si risolse nell’impiego di diverse tipologie di ambienti, che andavano dal rifugio all’interno di cavità artificiali, alla riconversione degli scantinati di grandi edifici, scuole e condomini.

Tra i ricoveri più caratteristici vi erano le antiche ed estesissime cave di tufo e di pozzolana; questi  materiali, originati da eruzioni vulcaniche di natura piroclastica, hanno caratteristiche ben diverse: utilizzato fin dal VII sec. a.C. in ambito edile, il tufo unisce alla leggerezza e alla facilità di taglio una compattezza e resistenza non indifferente; la pozzolana, al contrario, risulta altamente friabile e quindi le gallerie di estrazione realizzate al suo interno non sono certo sicure.

Questo dedalo di cunicoli sotterranei offrì riparo alla maggioranza della popolazione. Le gigantesche cave di tufo di Monteverde Vecchio, così come testimoniato da molti cittadini, accoglievano migliaia di persone.

Quando nel 1941, la dottrina del maresciallo dell’aria Hugh Trenchard divenne l’idea ispiratrice di Churchill e della Royal Air Force, il legame indissolubile fra il bombardamento aereo e le città divenne parte di una strategia chiara e ben definita. Con la direttiva del 9 luglio dello stesso anno il Bomber Command metteva in luce quali erano e dovevano essere gli obiettivi della guerra aerea: «Abbattere in generale il morale della popolazione civile, soprattutto quello degli operai dell’industria». Il moral bombing era la nuova dottrina e le città il teatro dove questa doveva imporsi. Contro la «dottrina Trenchard» e il moral bombing, i rifugi antiaerei si rivelarono inefficaci. In questa nuova situazione il rifugio antiaereo tradizionale non dava più sufficienti garanzie e doveva quindi essere affiancato nella sua azione da una struttura impenetrabile alle bombe. Se la promulgazione della legge sulla difesa aerea dell’agosto 1939 - che imponeva a tutti i proprietari di immobili di rendere gli scantinati utilizzabili come rifugi - era ancora mossa dalla necessità di garantire ai civili una generica protezione dagli attacchi aerei, il Führersofortprogramm dell’ottobre 1940 avviava un massiccio programma di costruzione che doveva mettere l’industria e le principali città tedesche al riparo del bombardiere. Dal settembre del 1941 il regime nazionalsocialista si adoperò nella costruzione dei «rifugi antiaerei a prova di bomba», definiti in termine tecnico, bunker. L’aggiunta «a prova di bomba» segnava la differenza tra i bunker di nuova concezione e i tradizionali rifugi antiaerei, incapaci di resistere all’impatto pieno di un ordigno esplosivo.

In seguito ai bombardamenti di Torino, Milano e Genova dell’ottobre 1942 anche in Italia, come in Germania, un adeguamento alla «dottrina Trenchard» e al moral bombing si rivelò inevitabile. Ancora una volta - come avvenne nel 1938 con la relazione Chiodi-Mariani - i progressi in materia di difesa contraerea tedesca vennero recepiti dal governo italiano.

Progettati in base alle direttive della Braunschweiger Bewehrung, o «armatura di Braunschweig», i bunker tedeschi erano sostanzialmente gabbie di cemento armato, studiati per resistere all’onda d’unto di una bomba blockbuster. Lo spessore dei soffitti non doveva essere inferiore ai tre metri di cemento armato rinforzato con staffe d’acciaio e ferro e all’suo interno dovevano trovarsi i filtri per la depurazione e il ricambio dell’aria, le camere ad alta pressione in corrispondenza di ogni ingresso, i gabinetti e almeno un’infermeria. In realtà di bunker in Italia non se ne videro poi tanti, in parte a causa delle difficoltà già riscontrate per la realizzazione dei rifugi antiaerei tradizionali, in parte per i costi quasi proibitivi di realizzazione.  

A Roma furono realizzati secondo queste prescrizioni solo i bunker di Palazzo Valentini, sede della Provincia, di Palazzo Venezia (mai completato), del Palazzo degli uffici dell’EUR, uno dei tre di Villa Torlonia, residenza privata del Duce, della Stazione Termini. Andavano poi annoverati i rifugi predisposti dalla azienda dei trasporti presso la sua sede di Via Volturno e presso Porta Maggiore, quello di Villa Camilluccia, abitazione dell’amante del Duce, Claretta Petacci, quelli al di sotto del Complesso del Vittoriano, che sfruttarono le sostruzioni del monumento, presso il  palazzo dell’Esercito, e presso la Caserma di Via Genova.

 

Andrea De Luca

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